C'ero anch'io
di Leo Spanu
Nel 1957 la Rai , allora a canale unico, trasmise una serie di
telefilm americani che raccontavano i fatti della storia così com’erano
accaduti: dalla morte di Cesare alla sconfitta di Napoleone e tanto altro. Erano indirizzati ai ragazzi ed avevano uno scopo didattico. Ma li ricordo
ancora perché alla fine di ogni storia c’era un vocione che chiudeva la narrazione dicendo:
ed ora anche voi potrete dire: c’ero anch’io.
In effetti la serie era intitolata “ C’ero anch’io” e
immagino fosse il primo tentativo di trasformarsi da spettatori passivi di un
avvenimento a testimoni dello stesso.
Oggi non basta più e un esercito di imbecilli vuole diventare protagonista della storia, specie di quella piccola e meschina.
Lo
strumento di questa mutazione antropologica è il selfie: la fotografia, una tra le grandi
scoperte dell’uomo, si è trasformato in un passaporto, un’autorizzazione alla
massima libertà di espressione per i coglioni di tutto il mondo.
Un esempio è quello della fotografia. Una signora è stata
investita da un treno, perderà una gamba ma lui, il coglione del giorno, si fa
immortalare davanti alla sofferenza di una povera donna e sorride felice. La
polizia gli sequestra il telefonino ma non può fare altro. Essere coglioni non
è un reato. Forse è uno stato di grazia per milioni di persone che sanno di
essere meno di niente ma che vogliono salire al cielo della gloria, anche per un solo minuto. Ma non fanno cose positive
come studiare, aiutare le persone in difficoltà, impegnarsi per costruire un
mondo miliore. No, loro vanno in giro a costruire monumenti alla loro stupidità, scatti da lanciare nei
cieli di internet dove altri coglioni possono condividere e dire mi piace.
Vi
piace che cosa? Che quella signora abbia perso una gamba?
Vi piace che un ragazzo venga investito da un treno mentre cerca di cogliere l'attimo giusto? Quale attimo? Quello della morte?

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