La periferia
di Leo Spanu
La "periferia" delle città è diventata ormai, più a torto che a ragione; la madre di tutte le forme di delinquenza giovanile: l'ultima invenzione è la parola "maranza" che non ho capito bene cosa significhi almeno che non definisca la meschinità e il razzismo dell'inventore, probabilmente un "giornalista". Lo dico senza offesa per una categoria che ha espresso grandi firme nonchè persone di grande profilo intellettuale e culturale, come Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Sergio Zavoli, Edmondo Berselli, Eugenio Scalfari, Gianpaolo Pansa, Oriana Fallacci, Walter Tobagi, Gianni Brera per citare i primi che mi vengono alla mente; oggi vedo troppi sedicenti giornalisti che sono talmente servi del potere che non mi riesce di chiamarli "giornalisti".
Per tornare al discorso "periferia" bisogna tornare ai primi anni 60 quando si è cominciato a costruire palazzoni e palazzacci dove trasferire in blocco le famiglie "povere": l'intenzione iniziale era buona ma di fatto sono nati ghetti dove si è concentrato di tutto e di più: miseria, emarginati, droga, delinquenza e tutto quello che poteva dare fastidio alla borghesia perbenista e benestante. Con il tempo, per la mancanza di servizi adeguati, nessuna manutenzione degli edifici, il disinteresse del ceto politico locale e nazionale di queste realtà, si arrivati ad uno stato di abbandono tale che, in alcuni situazioni, il degrado è diventato irrecuperabile e il livello di vita da terzo mondo, malgrado la buona volontà di istituzioni private di volontariato e di organizzazione legate alla chiesa. I governi, specie quelli di destra, sanno fare solo propaganda a scopo elettorale.
Ma com'era la periferia nel dopo guerra fino alla fine degli anni 50: povero certo, ma ancora vivibile e abitato da gente che aveva sogni da realizzare.
Non è mia intenzione scrivere un saggio sul problema delle periferie, fra l'altro non è neppure il mio mestiere, ma data la mia non più tenera età, avrei qualcosa da raccontare perchè ho negli occhi e nella memoria una periferia che non faceva paura ma preferisco far parlare un piccolo grande poeta, Sergio Endrigo, scomparso qualche anno fa e ingiustamente dimenticato perchè le sue "sono solo canzonette" (E. Bennato). Certo, certissimo anzi probabile.
Sergio Endrigo: La periferia (1962)
Io amo la periferia
da quando ho conosciuto te
mi piace aspettare la sera
seguendo le strade
che portan lontano dalla città.
Le case in periferia
risuonano di grida e di canzoni
e mille mille panni colorati
si muovono al vento
bandiere di festa solo per noi.
Passan le ore ad una
e non mi stanco di aspettar
ma se solo ritardi di un minuto
io non vivo più.
Poi quando in periferia
si accendono le prime luci
tu vieni nell'ombra e mi baci
dimentico il mondo
ritorno bambino insieme a te.
Avevo sedici anni quando uscì questa canzone. Conoscevo già Sergio Endrigo e mi piacevano moltissime le sue canzoni, così delicate e intrise di malinconia, ma questa la trovai bellissima e mi è rimasta nel cuore. Forse perchè sono cresciuto in periferia.
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