Noi, siamo quelli che se ne vanno
di Leo Spanu
Riprendo da TWITTER un articolo di @Kateri Seraphina, artista e pittrice francese.
Siamo questa generazione che non tornerà.
Siamo cresciuti con scarpe coperte di polvere, ginocchia sbucciate e un cuore affrettato.
Non per guardare uno schermo, ma per finire la merenda e correre fuori — là dove l’unica cosa importante era un pallone e qualche amico.
Eravamo quelli che tornavano da scuola a piedi.
Parlando forte o sognando in silenzio, la mente già rivolta al prossimo gioco, alla prossima avventura, tra un buco scavato nella sabbia e un segreto sussurrato dietro un angolo di muro.
Un bastone poteva diventare una spada.
Una pozzanghera si trasformava in un oceano da conquistare.
I nostri tesori erano biglie, figurine da collezionare, piccoli battelli di carta.
E il cielo, il nostro unico limite.
Non avevamo salvataggi, solo ricordi nella memoria e sulle pellicole fotografiche.
Le foto si sfioravano, si respiravano, si custodivano nei cassetti — accanto a lettere scritte a mano, a cartoline dei nonni, e a disegni colorati che i genitori conservavano come gioielli.
Chiamavamo «mamma» colei che curava le nostre febbri.
E «papà» colui che ci insegnava ad andare in bicicletta.
Non serviva altro.
Di notte, sotto le coperte, parlavamo a bassa voce con il fratello nel letto accanto, ridendo di sciocchezze, temendo che un adulto sentisse e spegnesse quel piccolo mondo di complicità.
Questa generazione se ne va, piano piano, come una fotografia che perde i suoi colori,
ma che nessuno vuole buttare.
Ci allontaniamo in silenzio, portando con noi una valigia invisibile:
l’eco delle risate per strada, l’odore del pane ancora caldo, corse sfrenate,
e quella libertà che non conosceva le notifiche.
Eravamo bambini quando era ancora possibile esserlo.
E forse è questa la nostra più grande ricchezza.
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