L'anno scorso a Bergamo: Carlo Zavaritt
di Leo Spanu
Stavo cercando, su internet, spunti per qualche articolo quando sono finito sulla pagina di un giornale di Bergamo dell'anno scorso: "E' morto il dottor Carlo Zavaritt, pediatra e neuropsichiatra infantile, aveva 80 anni". Mi addolora sapere che lui, come si dice tra gli alpini, è andato avanti, mi addolora averlo saputo solo adesso.
Quando l’ho conosciuto io, nel 1967, si chiamava ancora Carlo Rossi poi, strada facendo, diventò Carlo Zavaritt, una faccenda complicata di famiglia che mi raccontò una volta. Lui era sottotenente medico a Merano, io arrivai pochi mesi dopo come aiutante di sanità, cioè infermiere. C’è stato subito un buon rapporto amichevole pur nel rispetto dei ruoli. Un giorno, un fine settimana, scappammo insieme: fuori della caserma ci aspettava con la macchina l’allora sua fidanzata. Un viaggio assurdo, come ho già raccontato (La grande fuga, blog del 9/10/2016). Il sabato a casa, lui a Bergamo, io a Brescia, la domenica di nuovo a Merano. Ci sono molte piccole storie del nostro comune periodo di naia ma mi limiterò a un paio di episodi di cui ho raccontato una parte, quella iniziale (Passo del Gavia, blog del 27/7/2015).
La compagnia, rientrò in ordine sparso a Santa Caterina Valfurva: la slavina che si era portata via una pattuglia di alpini uccidendone uno, aveva sciolto ogni ordine, sembravamo dei reduci. Dopo giorni in mezzo al freddo e alla bufera, con il reparto che era stato dato per disperso in alta montagna, il nostro unico desiderio era di trovare un momento di riposo e qualcosa di caldo. All’ingresso del paese ci aspettavano soldati puliti, sbarbati, le divise in ordine e con bicchieri di the bollente. La maggior parte di noi fu sistemata nella soffitta di un albergo in costruzione, più un sottotetto, ma io non avevo avuto il tempo per trovarmi un buco: del resto il mio sacco a pelo era stato utilizzato per rinchiudere il cadavere del soldato. Dovevo fare rapporto, il primo di tanti. Il mio sottotenente medico mi aveva raggiunto prima di tutti; aveva imparato a conoscermi e sapeva del mio stato d’animo per la tragica esperienza. Mi disse subito che io non avevo nessuna responsabilità, nessuno poteva salvare quel ragazzo, il cuore (come risultò poi) si era fermato di colpo. Un difetto cardiaco non riscontrato prima, il freddo, la fatica: la causa, chissà?
Erano trascorse poche ore dal rientro della compagnia a Santa Caterina Valfurva quando avvisarono il tenente Zavaritt di un "imprevisto" problema igienico-sanitario nell’albergo. All’ingresso ci aspettava un uomo fuori dalle grazie di Dio, urlava più che parlare al punto che non si capiva niente di quel che diceva. Ci accompagnò nella soffitta e di colpo spalancò la porta di un bagno. Dal centro del water si elevava una colonna, alta almeno cinquanta centimetri, di merda. Ora un centinaio di ragazzi di vent’anni che da almeno cinque giorni non andavano di corpo perché troppo pericoloso esporre le chiappe al vento quando la temperatura è vicina venticinque gradi sottozero, è davvero un "imprevisto". La nostra sorpresa, del tenente e la mia fu tale che ci dimenticammo di ridere. Ogni legge della fisica, della gravità e dell’equilibrio era stata sconvolta: l’ultimo utilizzatore del bagno l’aveva certamente fatta in piedi salendo sopra la tavoletta. Non ricordo quanta acqua ci volle per far tornare una parvenza umana al volto del proprietario dell’albergo ma fu un momento inatteso di ilarità, un sorriso dopo una triste giornata .
Ma il giorno non era ancora finito. Avevo appena trovato una specie di sistemazione, un materassino gonfiabile posato sul pavimento in cemento grezzo e un paio di coperte quando mi raggiunse il tenente: “ Dai, abbiamo ancora da lavorare.” In una stanza, al piano di sotto, era stato “chiuso” insieme ad un commilitone amico, un alpino che aveva avuto una crisi nervosa. Quando entrammo nella camera la situazione era degenerata: il ragazzo stava dando in escandescenze, sembrava impazzito e stava urlando parole sconnesse. Mentre il tenente preparava un’iniezione calmante in due cercammo di bloccare sul letto il ragazzo ma le sue forze erano decuplicate e ci volle molta fatica; arrivavano testate, gomitate, pugni e calci da tutte le direzioni. Finalmente, dopo una lunga battaglia, in tre riuscimmo a tenere fermo il soldato il tempo e l’attimo necessario per fargli l’iniezione. Poi la medicina fece effetto e il ragazzo si addormentò, noi eravamo tutti e tre stanchi, con qualche graffio e qualche livido. Quando ce ne andammo, prima di uscire il tenente fece una carezza al soldato. In quel piccolo gesto, c’era l’umanità del dottor Zavaritt. Non mi stupisce che abbia scelto di fare il pediatra una volta tornato alla vita civile; non mi stupisce che sia andato volontario nello Sri Lanka ad aiutare i bambini di quel paese dopo lo tsunami (2004), a lavorare in un ospedale da campo dell'Associazione Nazionale Alpini.
Oggi è la giornata nazionale in memoria delle vittime del covid-19. Tra loro anche il dottor Carlo Zavaritt.

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