La festa di san Costantino (R)
di Leo Spanu
Oggi, in occasione della festa di san Costantino, ripristinata dopo tanti anni anche a Sorso, ripropongo un mio racconto giovanile.
Più che un racconto è una cronaca di viaggio. Allora la fotografia non era un lusso ma aveva un costo discreto per cui preferivo esprimermi con le parole.
Sono tornato molti anni dopo a Sedilo ma tutto era cambiato: ormai è diventato uno spettacolo per turisti e si è perso anche quel senso di religiosità pagana che la festa esprimeva. Non mi ricordo niente se non l'odore penetrante della cipolla arrosto; ormai tutte le sagre di santi o futuri santi sanno di cipolla. di salsiccia, di pesce regolarmente bruciato sulle griglie elettriche. Si mangia in piedi, seduti per terra con piatti di plastica e con le mani, come esuli affamati dopo una lunga attraversata. Non so cosa ne pensino i santi interessati ma tra una preghiera e un piatto di malloreddos alla campidanese consumiamo anche le ultime tracce del divino che c'è in noi. Poi spariamo verso il cielo, un modo rumoroso per farci sentire dagli abitanti del cielo. Non so se basta per farci anche ascoltare.
Comunque torniamo a quel 1971 e a quel lungo viaggio dentro la Sardegna.
Oggi, in occasione della festa di san Costantino, ripristinata dopo tanti anni anche a Sorso, ripropongo un mio racconto giovanile.
Più che un racconto è una cronaca di viaggio. Allora la fotografia non era un lusso ma aveva un costo discreto per cui preferivo esprimermi con le parole.
Sono tornato molti anni dopo a Sedilo ma tutto era cambiato: ormai è diventato uno spettacolo per turisti e si è perso anche quel senso di religiosità pagana che la festa esprimeva. Non mi ricordo niente se non l'odore penetrante della cipolla arrosto; ormai tutte le sagre di santi o futuri santi sanno di cipolla. di salsiccia, di pesce regolarmente bruciato sulle griglie elettriche. Si mangia in piedi, seduti per terra con piatti di plastica e con le mani, come esuli affamati dopo una lunga attraversata. Non so cosa ne pensino i santi interessati ma tra una preghiera e un piatto di malloreddos alla campidanese consumiamo anche le ultime tracce del divino che c'è in noi. Poi spariamo verso il cielo, un modo rumoroso per farci sentire dagli abitanti del cielo. Non so se basta per farci anche ascoltare.
Comunque torniamo a quel 1971 e a quel lungo viaggio dentro la Sardegna.
I miei genitori avevano un appuntamento col Padreterno, o meglio con un suo delegato, e mi avevano chiesto di accompagnarli nel ruolo di autista e di libero osservatore. Partimmo così da Cagliari diretti a Sedilo, alla sagra di san Costantino, per mantenere un'antico voto. Alle cinque di mattino, quando la città ancora dorme, le luci sembrano più tenui ed anche le poche macchine in giro sembrano meno aggressive. Sono solo lucciole rosse o stelle cadute che si accendono un attimo per subito morire.
L'aria era fresca. Io guidavo senza pensieri, gli occhi ancora indolenziti dal sonno. Vedevo la strada sparirmi sotto come se svanisse nel nulla ma non c'erano ostacoli improvvisi da affrontare. La strada correva grigia e continua ed io m'immaginai che anche la macchina, come per magia, corresse da sola e non si sarebbe fermata mai.
Cercavo di cogliere il passaggio dalla notte al giorno.
Oltre la collina dopo Monastir mi sembrò di scorgere un filo di luce. Subito sarà l'alba e non ci sarà più il tempo di sognare sui profili degli alberi e sui contorni delle montagne lontane. Ed ad un tratto fu giorno, la fantasia abbandonò i miei pensieri e rientrammo in Sardegna.
Oltre la collina dopo Monastir mi sembrò di scorgere un filo di luce. Subito sarà l'alba e non ci sarà più il tempo di sognare sui profili degli alberi e sui contorni delle montagne lontane. Ed ad un tratto fu giorno, la fantasia abbandonò i miei pensieri e rientrammo in Sardegna.
La strada asfaltata era una ferita al paesaggio, un corpo estraneo fra quei colori di cartolina. Attraversammo paesi assonnati. Nelle piazze donne anziane in nero che si recavano alla prima messa. Poi la prima camionetta della polizia che iniziava il suo giro di controllo. Sui gradini di una chiesa due vecchi seduti, sembravano statue dimenticate dal tempo.
Erano quasi le sette del mattino. Pensai ai due uomini tutto il giorno lì ad aspettare la loro sera. Si cominciava a salire, un tratto di strada polverosa e entrammo a Sedilo.
“ La terra dei banditi.” Disse mio padre ma aveva uno strano tono come se quella frase gli facesse male.
C'era già molta gente in giro, un fiume che lentamente e in silenzio si avviava verso il santuario. Strano, tante persone e nessun vocio o rumore, come ad una processione.
Donne in nero, ragazze quasi vergognose della loro prima minigonna, uomini col volto di cuoio, pastori di certo e poliziotti, troppi, probabilmente spuntati fuori dalla terra.
“ Terra di banditi.” Dissi anch'io e pensai che quelle colline riarse e desolate nascondevano non solo latitanti ma anche le loro storie di uomini. Abbiamo molta difficoltà a capire. E' più facile giudicare.
Lasciammo la macchina in un grande spazio sabbioso. Molte altre macchine erano già arrivate da tutte le provincie. Ai bordi del piazzale c'erano delle ruspe. Sembravano avvoltoi in attesa. Intorno mucchi di pietre.
“Qui faranno un grande parcheggio e san Costantino diventerà un 'industria
e sarà una fonte di reddito per i locali. La modernità ci sta chiamando con le sue sirene.”
e sarà una fonte di reddito per i locali. La modernità ci sta chiamando con le sue sirene.”
C'incamminammo a piedi verso il santuario lungo un sentiero scosceso e polveroso.
Anche gli alberi erano rivestiti di bianco e sognavano la pioggia.
Ci apparve il lago, in una di conca tra le colline sabbiose che degradavano dolcemente, un pezzo di cielo riflesso in uno specchio. Sui bordi frastagliati, radi ciuffi di verde e qualche cespuglio, strisce grigie di pietra, frutto casuale del lavoro del vento. Non una casa, non un segno dell'uomo. Terra e cielo e solitudine. Come il paesaggio della mia anima.
Se non fosse stato per la diga, in fondo, che disturbava l'occhio e il pensiero.
Mi sorpresi a pensare che sarebbe stato il posto ideale perchè apparisse Gesù Cristo e camminasse sulle acque. La gente lo avrebbe accolto come un fatto normale. C'era intorno a noi un senso di sopranaturale.
“ Vuoi vedere che mi sto lasciando influenzare dalla religiosità di questa folla?”
Il santuario era una piccola chiesa, priva di particolari elementi ornamentali, appoggiata al costone di una collina. Un sentiero stretto e ripido la costeggiava con, nella parte superiore, un muretto di pochi metri a reggere un terrazzamento. Al centro del piccolo spiazzo, dietro un piccolo recinto, una colonnina annerita dal fumo di centinaia di candele. L'intera area era circondata da baracche in legno e bancarelle di ambulanti che vendevano oggetti sacri, manufatti dell'artigianato locale, dolciumi, torrone, mustaccioli e altro. C'erano anche delle tende, piuttosto precarie, con tavolini e sedie dove vendevano birra e vino, pesce e carne arrosto. L'aria aveva un aspro odore di cipolle. La tendopoli era come una grande piovra che cercava con i suoi tentacoli di incunearsi in ogni spazio. Mi augurai che avessero calcolato bene le distanze di sicurezza per la corsa dei cavalli. In ogni caso, uomini e cose ci saremmo trovati dentro lo scena come uno spettacolo aperto alla partecipazione del pubblico.
L'intera area aveva un ingresso obbligato, un'alto muro con due archi d'accesso.
Davanti ancora bancarelle e camionette della polizia che, discretamente, si tenevano abbastanza lontano dal luogo della festa.
Il particolare che mi colpì di più di quel teatro, fu il gradinamento in pietra, come in un anfiteatro romano, che occupava la maggior parte della collinetta ad un lato della chiesa. Il pubblico, che aveva occupato quasi tutti i gradini, si sarebbe trovato vicinissimo agli animali scatenati nella corsa. Ne avrebbe sentito l'odore, la fatica.
Erano tutti seduti in attesa, molti uomini e donne vestiti del costume tradizionale. Stavano in silenzio e la loro calma contrastava con l'agitazione e le voci dei venditori.
Inseguendo le mie meditazioni sulla religione immaginai che sarebbe stato opportuno un nuovo intervento di Gesù nel Tempio.
Nel frattempo i miei genitori avevano raggiunto la chiesetta e avevano cominciato l'ardia come da tradizione di tutti i fedeli. Tre giri in un senso e tre giri al contrario tenendo una candela in mano.
Anche i cavalli avrebbero ripetuto la stessa cerimonia ma correndo in uno spazio troppo limitato e scosceso per loro, con i fantini che li incitavano con la voce ed il frustino. Senza candele ma con i fucili.
Mi appoggiai al muretto per assistere allo spettacolo di quel girotondo di credenti in preghiera. Il sole stava cominciando a scaldare ma ancora si stava bene.
Mi resi conto che quella breve cerimonia era faticosa. C'era il rischio di cadere anche a piedi in quello spazio angusto e pietroso. Molti anziani, coppie con bambini piccoli in braccio, tutti avanzavano come un corpo unico, pochi centimetri alla volta.
Mi sono sempre meravigliato del potere della fede, forse perchè non ho mai capito dove finisce la religione e dove comincia la superstizione; forse perchè le due cose sono strettamente legate tra loro. Per la verità non ho mai capito neanche il perchè della religione ma non ho nessuna ostilità o disprezzo per quelli che credono in un'entità superiore. Ognuno cerca le sue giustificazioni dove può. Poi bisogna vivere.
Intanto osservavo ogni immagine con l'attenzione di uno studioso. Avevo sempre vissuto in continente e quella era la prima volta che assistevo ad un rito della mia gente. Religioso e pagano insieme.
Forse erano rozzi e ignoranti ma quanta umanità in quei volti scuri e sereni. Quanta calma in quella paziente attesa. Io ero abituato alla Lombardia dove la gente ha la fretta stampata nei gesti e negli occhi.
Alle nove cominciò la messa. Io restai sempre al mio posto di osservazione. Nella chiesa poterono entrare solo poche persone e la voce che usciva da un pessimo altoparlante non andava molto lontano ma la folla era concentrata come se ascoltasse ogni parola. Il caldo cominciava ad essere insopportabile, l'odore dei corpi sudati, incollati gli uni agli altri aveva sconfitto l'aroma delle cipolle arrosto. Mia madre, che era riuscita non so come ad entrare in chiesa, uscì prima della fine. Era pallida e con un principio di nausea. Mia nonna invece resistette fino in fondo. Ma lei era un'antica contadina abituata a ben altre fatiche. Riunita la famiglia trovammo un pò di spazio in una gradinata. Terminata la parte sacra della festa ora potevamo dedicarci al profano.
Un gruppo di cavalieri partiva da lontano, dalla cima di una collina e, a rotta di collo, si scatenava al galoppo per quella discesa per poi risalire alla chiesa e girarle intorno. Un percorso impossibile che richiedeva un grande coraggio o un totale sprezzo del pericolo. Infatti apparvero una ventina di cavalli, fantini di ogni età, qualcuno era giovanissimo. Molti erano armati e sparavano a salve in aria. Poi qualcuno diede il via e si lanciarono in galoppo sfrenato sollevando nugoli di polvere.
Era un miracolo che nessuno cadesse da cavallo, con quella pendenza era facilissimo decollare. Sfrecciarono sulla strada, sfilarono sotto l'arco del recinto e imboccarono la salita che portava alla chiesa. Ci passarono davanti, intanto i cavalieri lanciavano urla d'incitamento agli animali, girarono attorno alla chiesa e sparirono dalla nostra vista.
Alcuni volontari che si erano offerti come servizio d'ordine cercavano di controllare la gente che tendeva a straboccare dalle gradinate. I cavalli si erano fermati dietro la chiesa. Qualcuno scese sulla pista. Si sentirono urla e ancora spari poi i cavalli ripartirono. Gli incauti schizzarono via, una donna inciampò e fu trascinata a forza dal marito, un'attimo prima che arrivassero i cavalli sollevando sassi e terra. Fecero un'altro giro della chiesa poi di nuovo a rompicollo giù per la discesa fino al piazzale dove finalmente si fermarono. I cavalieri scesero di sella e lasciarono liberi gli animali a riposare. Mi aspettavo in verità qualcosa di più spettacolare. Intanto avevano fatto un solo giro e lo spettacolo era durato solo pochi minuti. Anche i miei genitori sembravano delusi. Mi raccontarono che vent'anni prima i cavalli correvano per mezz'ora fino quasi a spaccarsi cuore e garretti. Il pubblico partecipava in maniera più attiva. Succedevano anche incidenti ma niente di grave. San Costantino proteggeva i suoi fedeli.
Anche mia nonna disse che gli uomini una volta erano più coraggiosi ma per mia nonna, una volta, tutto era meglio. Gironzolammo tra le bancarelle più per curiosità che per comprare. Nel frattempo i cavalli erano stati radunati davanti alla chiesa.
“Forse fanno un'altra corsa.” Pensai.
Anche il prete salì a cavallo. Era molto giovane e sembrava perfettamente a suo agio in sella malgrado la tonaca.
Invece si avviarono piano, tra nuove grida e altri spari. Quando arrivarono in cima alla collina da cui era partita la cavalcata selvaggia di prima, si girarono e di scatto si lanciarono di nuovo al galoppo. Ma verso il paese questa volta. Era tutto finito.
La festa sarebbe continuata per tutto il giorno a Sedilo ma noi ce ne stavamo già andando.
- Se riesco a spingere questa macchinetta- dissi a mio padre- magari per l'una
siamo a casa. Almeno mangiamo bene. Questa storia mi ha fatto venire solo fame.-
siamo a casa. Almeno mangiamo bene. Questa storia mi ha fatto venire solo fame.-
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