In cerca di lei (R)
Pubblicata il 10/4/17
di Leo Spanu
di Leo Spanu
E’ una canzone del 1945.
Il titolo ha ispirato un mio vecchio racconto (vedi nel blog, 6/10/2015) ma la canzone è conosciuta anche con altri titoli: Perduto amor; Solo me ne vò per la città.
Era
la fine della guerra e tra le macerie delle città e le macerie dell’anima, c’era
solo voglia di dimenticare, di lasciare tutto alle spalle,era tempo di ricominciare a vivere.
Mi piace pensare a mio padre che allora aveva 28 anni ma era vecchio di guerra e di morte.
Aveva volato sopra i cieli d’Africa e di Sicilia, era precipitato due volte con l’aereo abbattuto dalla contraerea o nelle battaglie in cielo ma lui si era salvato sempre. Si, gli avevano dato due o tre medaglie al valore ma chi se ne fregava, quanto dolore, quanti amici e compagni uccisi.
E la paura era rimasta come un abito nero a vestire quei giorni di lutto. Era tempo di mollare tutto: Bologna coi suoi portici pieni di ragazze e di ricordi ma ora deserti e tristi; i viaggi da un porto all’altro per far vedere a Mussolini e ai capi del regime quanti idrovolanti possedeva la flotta aerea. Anni dopo a Fanfani avrebbero fatto vedere mucche a migliaia, simbolo di un grande sviluppo agricolo e benessere ma durante il fascismo, prima della guerra, bisognava esibire tutta la potenza militare.
A mio padre non interessava niente di tutto questo, non vedeva l’ora di buttare la divisa e quel passato doloroso alle ortiche. Nel suo paese natio, c’era una ragazzina di diciotto anni mora e sorridente che lo aspettava. L’avrebbe sposata e poi via, lontano, a costruire il futuro insieme.
Mi piace pensare a mio padre che allora aveva 28 anni ma era vecchio di guerra e di morte.
Aveva volato sopra i cieli d’Africa e di Sicilia, era precipitato due volte con l’aereo abbattuto dalla contraerea o nelle battaglie in cielo ma lui si era salvato sempre. Si, gli avevano dato due o tre medaglie al valore ma chi se ne fregava, quanto dolore, quanti amici e compagni uccisi.
E la paura era rimasta come un abito nero a vestire quei giorni di lutto. Era tempo di mollare tutto: Bologna coi suoi portici pieni di ragazze e di ricordi ma ora deserti e tristi; i viaggi da un porto all’altro per far vedere a Mussolini e ai capi del regime quanti idrovolanti possedeva la flotta aerea. Anni dopo a Fanfani avrebbero fatto vedere mucche a migliaia, simbolo di un grande sviluppo agricolo e benessere ma durante il fascismo, prima della guerra, bisognava esibire tutta la potenza militare.
A mio padre non interessava niente di tutto questo, non vedeva l’ora di buttare la divisa e quel passato doloroso alle ortiche. Nel suo paese natio, c’era una ragazzina di diciotto anni mora e sorridente che lo aspettava. L’avrebbe sposata e poi via, lontano, a costruire il futuro insieme.
Mio padre, quando aveva ancora i capelli neri (prima della guerra)
Patrick Pietropaoli (1953) è un artista francese che dipinge
città piene di pace e di silenzi, le nostre belle città di oggi, ricche ed eleganti. Sono città di paesi civili, anche se poi ti
guardano dentro la testa, anche quando spiano i tuoi sogni e controllano i tuoi passi.
Ma la guerra è lontana, in città aldilà del mare, tra gente troppo diversa da noi, con i bambini che neanche piangono più. Le macerie delle loro città sono la memoria che abbiamo perduto, sono un ricordo che non ci appartiene più. Abbiamo vissuto alla grande, bruciando il passato e le speranze dei nostri padri, impegnando il futuro dei nostri figli.
Non so se siamo ancora in tempo, venti di guerra soffiano intorno a noi ma non riusciamo a capire, forse non vogliamo capire.
Ma la guerra è lontana, in città aldilà del mare, tra gente troppo diversa da noi, con i bambini che neanche piangono più. Le macerie delle loro città sono la memoria che abbiamo perduto, sono un ricordo che non ci appartiene più. Abbiamo vissuto alla grande, bruciando il passato e le speranze dei nostri padri, impegnando il futuro dei nostri figli.
Non so se siamo ancora in tempo, venti di guerra soffiano intorno a noi ma non riusciamo a capire, forse non vogliamo capire.










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