Il racconto del mese: Amen
Un'altro racconto tra quelli scritti tanto tempo fa. Questo risale al 1971 e probabilmente l'ho conservato perchè è molto diverso dalle cose che scrivevo allora,
Amen
Don Pietro Vescovi, a dispetto del suo nome, era un semplice prete di campagna in uno di quei paesini perduti dove la civiltà si schifa anche di passarci. Poche case addossate le une alle altre quasi a farsi coraggio contro un comune destino di miseria.
Don Pietro vi era arrivato molto giovane, pieno di speranze e di ardore e si era trovato davanti una chiesa in condizioni pietose e talmente povera che anche il vin santo diventava un lusso. La popolazione, poche centinaia di anime, era gente semplice, abituata a lavorare duro senza grandi entusiasmi. Brava gente in verità ma troppo rassegnata a tutto. Anche la religione era considerata un fatto naturale come mangiare e dormire, vivere e morire. Don Pietro aveva cercato agli inizi di scuotere quel torpore, di comunicare la propria vitalità ma era stato come buttare un sasso in uno stagno. Un pò di rumore, qualche cerchio nell'acqua poi tutto era tornato come prima.
Passata la giovinezza anche don Pietro si era lasciato andare e si era spento nella stessa cupa indifferenza dei suoi parrocchiani. Ora, all'età di sessant'anni, si distingueva da loro solo per la tonaca stinta e lucida per i troppi lavaggi.
Stava passeggiando davanti all'altare, poco più di un tavolo in pietra lucidata, ma ordinato e pulito e leggeva il breviario più che altro per antica abitudine. Ormai anche il significato di quelle parole s'era perduto col tempo; ogni tanto alzava lo sguardo verso il crocifisso di legno dipinto che necessitava di immediato restauro e pensava a tutti i malanni che anche il suo corpo aveva accumulato nel corso degli anni.
Ad un tratto fu distolto dai suoi pensieri dall'arrivo di Rosa.
Rosa era un donnino tutto pelle ed ossa di quarant'anni. Il poco di carne che aveva avuto in gioventù se l'erano mangiata i nove o dieci figli che aveva regalato al marito con cronometrica regolarità.
Veramente nella fabbricazione anche don Pietro ci aveva , per così dire, messo una mano, ma era storia passata. Rosa si era sempre incaricata di tener pulita la chiesa, l'abitazione di don Pietro, di lavargli i panni per due soldi è così era capitato come capita tra le persone semplici.
Don Pietro si era trovato dentro una crisi di sconforto e di avvilimento al limite della malattia per la sua vita ormai priva di significato e per il fallimento delle sue aspirazioni e Rosa, che aveva intuito lo stato d'animo dell'uomo, aveva messo in pratica l'unica medicina che la gente povera conosce per sopportare la vita.
Don Pietro aveva apprezzato la cura e vi aveva fatto ricorso varie volte. Rosa, dal canto suo, sperava che la sua buona azione fosse ricompensata nell'aldilà visto che l'aldiqua era piuttosto parco di riconoscimenti.
Il fatto tuttavia era rimasto segreto anche perchè la gente era troppo impegnata a sopravvivere per interessarsi dei fatti del loro parroco.
Don Pietro, anche ora che non aveva più necessità di quella cura, a parte il fatto che Rosa non era molto desiderabile, ricordava quei momenti come tra i pochi piacevoli della sua esistenza poi ricordava anche, che certe azioni non sono molto compatibili con le sue funzioni di sacerdote. Allora preso dai sensi di colpa recitava qualche pater nostro in più ad espiazione dei suoi peccati.
Ogni tanto gli veniva anche il dubbio che qualche figlio di Rosa, almeno uno, poteva essere suo. Aveva interrogato varie volte la donna durante la confessione ma Rosa aveva risposto invariabilmente: “Sono tutti figli di Dio.” E il discorso finiva lì.
L'arrivo di Rosa, per tornare a noi, trovò don Pietro di malumore.
- Don Piè, don Pietro.- Chiamò Rosa a voce alta poi giunta davanti all'altare fece una genuflessione e vi aggiunse un segno della croce rapido come un fulmine.
- Che c'è. Un pò di contegno, che diamine. Siamo in chiesa e poi non vedi che sono occupato.-
- Mio marito...-
- Ho capito, tuo marito è di nuovo ubriaco ma non è la prima...-
- Ma volete lasciarmi parlare.- Lo interruppe Rosa ansante come se avesse corso a lungo.
- Mio marito è arrivato a casa ubriaco fradicio urlando che lei, con licenza parlando, lo aveva fatto becco. Ha buttato all'aria tutta la casa, ha bastonato prima me, poi i figli e adesso sta pigliando a calci l'asino e poi verrà qui. Dice che vuole vedere il colore del sangue di un prete.-
- Gesù mio!- Don Pietro era impallidito diventando dello stesso colore dei ceri dell'altare.
- Dovete scappare, don Piè. Nascondervi da qualche parte almeno il tempo che gli passi la sbronza. Tanto quando è sano non ricorda niente.-
- Cerchiamo di ragionare, parlerò con tuo marito e lo convincerò che si tratta di calunnie.-
- Don Pietro, voi non conoscete mio marito. Quando è ubriaco non sente ragioni. Non l'avevo mai visto così. Mi chiamato pure bagascia.-
- Rispetto, figliola, ricordati che sei in chiesa.-
- Lasciate perdere adesso e fuggite.-
- Davvero oserebbe alzare le mani su un ministro di Dio?-
- Ma allora siete sordo. Peppino dice che un prete che alza le gonne ad una donna deve essere castrato come un pollo.-
- Gesù mio! -Ripetè il sacerdote per la seconda volta.
- Dice che vi vuole tirare il collo come ad una gallina.-
Spinto dalla donna, don Pietro uscì dalla parte della sacrestia. Era ancora incerto quando sentì le urla provenire dall'altra parte della chiesa.
- Gesù mio! -Mormorò ancora.- E' lui.-
- Via, correte.-
Ma don Pietro non sentì neppure il consiglio, sollevò le falde della tonaca e via, a rotta di collo verso l'uliveto neanche avesse vent'anni.
Correva ansando e sbuffando; ogni tanto di fermava a prendere fiato e si girava a controllare mormorando: “Gesù mio, abbi pietà di me. Aiutami.” Poi di nuovo di corsa. Dopo un paio di capitomboli per via di tutte quelle maledette radici che affioravano dalla terra, don Pietro si fermò e si sedette appoggiandosi al tronco di un ulivo e , vuoi la stanchezza, vuoi la forte emozione, si addormentò di colpo. Non si accorse neppure di essere appena fuori dal paese a poche centinaia di metri dalla chiesa. A lui era sembrata una maratona.
Il sonno fu pieno di incubi. Si vide con corpo di gallina dal collo altissimo, correre tra i banchi della chiesa inseguito da Peppino che, con delle mani grandi come pale voleva tirargli il collo. Davanti a lui correva Rosa, tutta nuda, con le tette rinsecchite che le ballonzolavano sul petto scheletrito. Tutt'intorno la gente del paese che sghignazzava e applaudiva. Il crocifisso di legno puntava il dito accusatore verso lui e don Pietro, nello sguardo corrucciato del Cristo, lesse la sua sentenza di condanna. Invano il poveretto cercava di uscire da quell'inferno; sforzandosi sulle piccoli ali cercava di prendere il volo per andare via. Sudò i santissimi nel tentativo di sfuggire all'energumeno e quando Peppino gli fu addosso e già si apprestava a tirare gli ultimi, don Pietro fu svegliato da violenti scossoni. Mai risveglio fu più gradito.
Si trovò davanti una ragazzina piccola e magra che lo stava scuotendo a tutta forza. Riconobbe Marietta, una delle figlie di Rosa.
- Venite, don Pietro, venite subito.-
- Che c'è ancora, Gesù mio?-
- Il babbo è morto.-
- Non posso venire... come? E' morto? Ma come è successo?-
La bambina scoppiò a piangere.
- Era in chiesa che vi stava cercando e all'improvviso è caduto a terra e non si è più rialzato.-
La bambina parlava a pezzi tra un singhiozzo e l'altro. Don Pietro non riusciva ancora a mettere a fuoco i suoi pensieri. La bambina continuava a piangere e a tirarlo per la tonaca.
- Non piangere, piccola, il tuo babbo è volato in cielo.-
Era ancora sconvolto, tutta la paura che gli era saltata addosso non se ne voleva andare. Del resto, gli avvenimenti si erano susseguiti così velocemente che non riusciva a starci dietro.
- Peppino è morto. Gesù mio, questo è un miracolo cioè è una grande disgrazia.-
Don Pietro prese per mano la bambina e lentamente s'incamminò verso il paese mentre i suoi pensieri continuavano a prendersi a pugni nella mente ancora scossa.
“ Povero Peppino, era un buon diavolo. Certo, minacciare un prete non sta bene. E poi era cosa vecchia. Io stesso me n'ero dimenticato. Poveri ragazzi, senza il padre.... Vero che beveva troppo ma quando era sano, un gran lavoratore. Veniva poco in chiesa ma gli uomini, si sa, preferiscono l'osteria. Morto. Poveretto. Anch'io ci sono andato vicino. E' la vita, bisogna soffrire.”
- Signore, accogli nella tua misericordia l'anima di quel povero peccatore e......Amen!-
Amen
Don Pietro Vescovi, a dispetto del suo nome, era un semplice prete di campagna in uno di quei paesini perduti dove la civiltà si schifa anche di passarci. Poche case addossate le une alle altre quasi a farsi coraggio contro un comune destino di miseria.
Don Pietro vi era arrivato molto giovane, pieno di speranze e di ardore e si era trovato davanti una chiesa in condizioni pietose e talmente povera che anche il vin santo diventava un lusso. La popolazione, poche centinaia di anime, era gente semplice, abituata a lavorare duro senza grandi entusiasmi. Brava gente in verità ma troppo rassegnata a tutto. Anche la religione era considerata un fatto naturale come mangiare e dormire, vivere e morire. Don Pietro aveva cercato agli inizi di scuotere quel torpore, di comunicare la propria vitalità ma era stato come buttare un sasso in uno stagno. Un pò di rumore, qualche cerchio nell'acqua poi tutto era tornato come prima.
Passata la giovinezza anche don Pietro si era lasciato andare e si era spento nella stessa cupa indifferenza dei suoi parrocchiani. Ora, all'età di sessant'anni, si distingueva da loro solo per la tonaca stinta e lucida per i troppi lavaggi.
Stava passeggiando davanti all'altare, poco più di un tavolo in pietra lucidata, ma ordinato e pulito e leggeva il breviario più che altro per antica abitudine. Ormai anche il significato di quelle parole s'era perduto col tempo; ogni tanto alzava lo sguardo verso il crocifisso di legno dipinto che necessitava di immediato restauro e pensava a tutti i malanni che anche il suo corpo aveva accumulato nel corso degli anni.
Ad un tratto fu distolto dai suoi pensieri dall'arrivo di Rosa.
Rosa era un donnino tutto pelle ed ossa di quarant'anni. Il poco di carne che aveva avuto in gioventù se l'erano mangiata i nove o dieci figli che aveva regalato al marito con cronometrica regolarità.
Veramente nella fabbricazione anche don Pietro ci aveva , per così dire, messo una mano, ma era storia passata. Rosa si era sempre incaricata di tener pulita la chiesa, l'abitazione di don Pietro, di lavargli i panni per due soldi è così era capitato come capita tra le persone semplici.
Don Pietro si era trovato dentro una crisi di sconforto e di avvilimento al limite della malattia per la sua vita ormai priva di significato e per il fallimento delle sue aspirazioni e Rosa, che aveva intuito lo stato d'animo dell'uomo, aveva messo in pratica l'unica medicina che la gente povera conosce per sopportare la vita.
Don Pietro aveva apprezzato la cura e vi aveva fatto ricorso varie volte. Rosa, dal canto suo, sperava che la sua buona azione fosse ricompensata nell'aldilà visto che l'aldiqua era piuttosto parco di riconoscimenti.
Il fatto tuttavia era rimasto segreto anche perchè la gente era troppo impegnata a sopravvivere per interessarsi dei fatti del loro parroco.
Don Pietro, anche ora che non aveva più necessità di quella cura, a parte il fatto che Rosa non era molto desiderabile, ricordava quei momenti come tra i pochi piacevoli della sua esistenza poi ricordava anche, che certe azioni non sono molto compatibili con le sue funzioni di sacerdote. Allora preso dai sensi di colpa recitava qualche pater nostro in più ad espiazione dei suoi peccati.
Ogni tanto gli veniva anche il dubbio che qualche figlio di Rosa, almeno uno, poteva essere suo. Aveva interrogato varie volte la donna durante la confessione ma Rosa aveva risposto invariabilmente: “Sono tutti figli di Dio.” E il discorso finiva lì.
L'arrivo di Rosa, per tornare a noi, trovò don Pietro di malumore.
- Don Piè, don Pietro.- Chiamò Rosa a voce alta poi giunta davanti all'altare fece una genuflessione e vi aggiunse un segno della croce rapido come un fulmine.
- Che c'è. Un pò di contegno, che diamine. Siamo in chiesa e poi non vedi che sono occupato.-
- Mio marito...-
- Ho capito, tuo marito è di nuovo ubriaco ma non è la prima...-
- Ma volete lasciarmi parlare.- Lo interruppe Rosa ansante come se avesse corso a lungo.
- Mio marito è arrivato a casa ubriaco fradicio urlando che lei, con licenza parlando, lo aveva fatto becco. Ha buttato all'aria tutta la casa, ha bastonato prima me, poi i figli e adesso sta pigliando a calci l'asino e poi verrà qui. Dice che vuole vedere il colore del sangue di un prete.-
- Gesù mio!- Don Pietro era impallidito diventando dello stesso colore dei ceri dell'altare.
- Dovete scappare, don Piè. Nascondervi da qualche parte almeno il tempo che gli passi la sbronza. Tanto quando è sano non ricorda niente.-
- Cerchiamo di ragionare, parlerò con tuo marito e lo convincerò che si tratta di calunnie.-
- Don Pietro, voi non conoscete mio marito. Quando è ubriaco non sente ragioni. Non l'avevo mai visto così. Mi chiamato pure bagascia.-
- Rispetto, figliola, ricordati che sei in chiesa.-
- Lasciate perdere adesso e fuggite.-
- Davvero oserebbe alzare le mani su un ministro di Dio?-
- Ma allora siete sordo. Peppino dice che un prete che alza le gonne ad una donna deve essere castrato come un pollo.-
- Gesù mio! -Ripetè il sacerdote per la seconda volta.
- Dice che vi vuole tirare il collo come ad una gallina.-
Spinto dalla donna, don Pietro uscì dalla parte della sacrestia. Era ancora incerto quando sentì le urla provenire dall'altra parte della chiesa.
- Gesù mio! -Mormorò ancora.- E' lui.-
- Via, correte.-
Ma don Pietro non sentì neppure il consiglio, sollevò le falde della tonaca e via, a rotta di collo verso l'uliveto neanche avesse vent'anni.
Correva ansando e sbuffando; ogni tanto di fermava a prendere fiato e si girava a controllare mormorando: “Gesù mio, abbi pietà di me. Aiutami.” Poi di nuovo di corsa. Dopo un paio di capitomboli per via di tutte quelle maledette radici che affioravano dalla terra, don Pietro si fermò e si sedette appoggiandosi al tronco di un ulivo e , vuoi la stanchezza, vuoi la forte emozione, si addormentò di colpo. Non si accorse neppure di essere appena fuori dal paese a poche centinaia di metri dalla chiesa. A lui era sembrata una maratona.
Il sonno fu pieno di incubi. Si vide con corpo di gallina dal collo altissimo, correre tra i banchi della chiesa inseguito da Peppino che, con delle mani grandi come pale voleva tirargli il collo. Davanti a lui correva Rosa, tutta nuda, con le tette rinsecchite che le ballonzolavano sul petto scheletrito. Tutt'intorno la gente del paese che sghignazzava e applaudiva. Il crocifisso di legno puntava il dito accusatore verso lui e don Pietro, nello sguardo corrucciato del Cristo, lesse la sua sentenza di condanna. Invano il poveretto cercava di uscire da quell'inferno; sforzandosi sulle piccoli ali cercava di prendere il volo per andare via. Sudò i santissimi nel tentativo di sfuggire all'energumeno e quando Peppino gli fu addosso e già si apprestava a tirare gli ultimi, don Pietro fu svegliato da violenti scossoni. Mai risveglio fu più gradito.
Si trovò davanti una ragazzina piccola e magra che lo stava scuotendo a tutta forza. Riconobbe Marietta, una delle figlie di Rosa.
- Venite, don Pietro, venite subito.-
- Che c'è ancora, Gesù mio?-
- Il babbo è morto.-
- Non posso venire... come? E' morto? Ma come è successo?-
La bambina scoppiò a piangere.
- Era in chiesa che vi stava cercando e all'improvviso è caduto a terra e non si è più rialzato.-
La bambina parlava a pezzi tra un singhiozzo e l'altro. Don Pietro non riusciva ancora a mettere a fuoco i suoi pensieri. La bambina continuava a piangere e a tirarlo per la tonaca.
- Non piangere, piccola, il tuo babbo è volato in cielo.-
Era ancora sconvolto, tutta la paura che gli era saltata addosso non se ne voleva andare. Del resto, gli avvenimenti si erano susseguiti così velocemente che non riusciva a starci dietro.
- Peppino è morto. Gesù mio, questo è un miracolo cioè è una grande disgrazia.-
Don Pietro prese per mano la bambina e lentamente s'incamminò verso il paese mentre i suoi pensieri continuavano a prendersi a pugni nella mente ancora scossa.
“ Povero Peppino, era un buon diavolo. Certo, minacciare un prete non sta bene. E poi era cosa vecchia. Io stesso me n'ero dimenticato. Poveri ragazzi, senza il padre.... Vero che beveva troppo ma quando era sano, un gran lavoratore. Veniva poco in chiesa ma gli uomini, si sa, preferiscono l'osteria. Morto. Poveretto. Anch'io ci sono andato vicino. E' la vita, bisogna soffrire.”
- Signore, accogli nella tua misericordia l'anima di quel povero peccatore e......Amen!-
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