Racconto del mese: Il venditore
Un altro dei racconti (sopravvissuti al fuoco) "prova" dei miei tentativi giovanili di diventare scrittore. All'epoca si parlava di esaurimento nervoso con conseguenze spesso tragiche ma mai paragonabili ai nostri tempi dove la depressione sta provocando stragi infinite di donne e di bambini: fidanzate, mogli, madri e figli, tutte vittime innocenti di uomini smarriti dentro le loro paure.
Non sono in grado di dare giudizi; oggi come ieri cerco solo di capire cosa si nasconde dietro certi comportamenti ma il più delle volte non capisco. Allora racconto le storie di uomini sbagliati, di sogni impossibili, di desideri che non potranno mai essere realizzati. E' il mestiere degli scrittori, anche di quelli piccoli, che spesso arrivano dove scienza e conoscenza non possono arrivare. E' anche il mio mestiere, testimoniare la vita quotidiana e talvolta anche il domani.
Il protagonista di questo racconto non arriva alle conseguenze più estreme ma è solo un caso. Dove finisce la realtà e inizia la paranoia è difficile da stabilire. Il confine tra ciò che siamo e quel vorremmo essere è sempre troppo avanti per raggiungerlo anche col pensiero. A volte vorrei smettere di pensare, smettere di sognare perchè è troppo faticoso. A volte è anche doloroso. Forse, come il protagonista di questa storia, quello che noi, tutti noi cerchiamo è amore, solo amore.
P.S.
Ai miei quattro affezionati ( lo spero!) lettori. Per qualche giorno ( sono in viaggio) non pubblicherò pezzi sul mio blog. Se qualcuno avesse una crisi di astinenza ( permettetemi un momento di vanità) date un'occhiata ai vecchi post. Magari ve n'è sfuggito qualcuno.
Leo Spanu
Il venditore 1970
Non sono in grado di dare giudizi; oggi come ieri cerco solo di capire cosa si nasconde dietro certi comportamenti ma il più delle volte non capisco. Allora racconto le storie di uomini sbagliati, di sogni impossibili, di desideri che non potranno mai essere realizzati. E' il mestiere degli scrittori, anche di quelli piccoli, che spesso arrivano dove scienza e conoscenza non possono arrivare. E' anche il mio mestiere, testimoniare la vita quotidiana e talvolta anche il domani.
Il protagonista di questo racconto non arriva alle conseguenze più estreme ma è solo un caso. Dove finisce la realtà e inizia la paranoia è difficile da stabilire. Il confine tra ciò che siamo e quel vorremmo essere è sempre troppo avanti per raggiungerlo anche col pensiero. A volte vorrei smettere di pensare, smettere di sognare perchè è troppo faticoso. A volte è anche doloroso. Forse, come il protagonista di questa storia, quello che noi, tutti noi cerchiamo è amore, solo amore.
P.S.
Ai miei quattro affezionati ( lo spero!) lettori. Per qualche giorno ( sono in viaggio) non pubblicherò pezzi sul mio blog. Se qualcuno avesse una crisi di astinenza ( permettetemi un momento di vanità) date un'occhiata ai vecchi post. Magari ve n'è sfuggito qualcuno.
Leo Spanu
Il venditore 1970
Anche quella sera Antonio
Foddai rientrò a casa con la sola soddisfazione di essersi
guadagnato la giornata. Da anni faceva il venditore di libri porta a
porta e il suo lavoro consisteva nel convincere improbabili lettori a
sottoscrivere un'ordinazione per un'enciclopedia che nessuno,
probabilmente, avrebbe mai letto. Si guadagnava bene ma era un lavoro
faticose e snervante.
Quella sera, come sempre,
parcheggiò la macchina sulla strada, raccolse il materiale di
propaganda e il blocco degli ordini, controllò attentamente che la
vettura fosse chiusa e le luci spente e con un sospiro entrò nel
portone di quel condominio silenzioso e anonimo. Salì due rampe di
scale e giunto davanti alla porta infilò la chiave nella toppa.
Appena spalancò la porta
scoprì con sorpresa che tutte le luci erano accese. Si stava già
offendendo mentalmente per la dimenticanza quando, tra strilli
gioiosi, due ragazzini, un maschietto ed una femminuccia di sette e
cinque anni si precitarono incontro per abbracciarlo.
Antonio Foddai si ritrovò
stretto tra braccia infantili mentre le voci dei bambini gli
gridavano nelle orecchie e nel cervello: “ Ciao papà.”
Papà? Una donna alta uscì
dalla cucina:
- Su bambini, il babbo è
stanco- poi rivolgendosi a lui con un sorriso- com'è andata
oggi, caro?-
Antonio Foddai chiuse gli
occhi dietro le spessi lenti da miope. Era impazzito.
Se l'era sentito in arrivo
l'esaurimento nervoso che da tempo macinava i suoi pensieri
ma non poteva presentarsi
così. Riaprì gli occhi deciso ad affrontare quell'assurda
situazione.
- Signora chi è lei? Chi
sono questi bambini?-
- Hai voglia di
scherzare?-
- Chi è lei?-Chiese
ancora Antonio Foddai con un urlo rabbioso che impaurì e zittì i
bambini.
- Cosa fate a casa mia?-
Come se quell'ultima
domanda avesse esaurito tutta la sua energia, Antonio Foddai si
accasciò sulla poltroncina dell'ingresso. Aveva ancora in mano i
libri e il materiale del suo lavoro.
- Caro, calmati, siamo
noi.-
Dalla voce della donna
trapelava ansia e preoccupazione.
Antonio Foddai guardò
quelle tre persone come fosse la prima volta.
Nel suo lavoro parlava
spesso della sua famiglia. Vendeva un'enciclopedia, un'opera di base,
come diceva la loro pubblicità, studiata psicologicamente e
pedagogicamente per la formazione mentale dei bambini. Spesso per
convincere qualche cliente ancora diffidente circa l'utilità
dell'opera, raccontava dei vantaggi che avevano avuto i suoi figli.
Lui aveva acquistato
l'opera quando i bambini avevano uno due anni e l'altra pochi mesi. I
piccoli erano cresciuti con l'aiuto di quei libri e i risultati si
vedevano. Antonio Foddai narrava tanti piccoli episodi della sua vita
familiare e i clienti finivano col credere all'esperienza di un padre
come loro.
Ma Antonio Foddai non
aveva figli, non era neppure sposato.
Aveva raggiunto i
quarant'anni senza trovare una donna che gli piacesse fino al punto
di sposarla. Viveva solo in un piccolo appartamento rassegnato ormai
alla sua solitudine. C'era stata una donna una volta ma era finita
male. La storia era vecchia ma la ferita non si era mai rimarginata.
Quando aveva iniziato quel
lavoro s'era inventato una famiglia e questa era cresciuta nelle sue
parole giorno dopo giorno, assumendo contorni sempre più precisi al
punto che ormai non aveva nessuna difficoltà a raccontare della sua
immaginaria famiglia tanto era viva nella sua mente.
In un attimo di lucidità
o di follia trovò la spiegazione di quanto gli stava capitando.
La sua famiglia esisteva
davvero ma respinse subito tutto. Lui era scapolo e solo.
Gli venne voglia di
gridare ma riuscì a controllarsi e con voce la più calma possibile
cominciò a parlare:
- Signora, cerchiamo di
ragionare. Io non conosco lei e neanche questi bambini. Non
so quale sia lo scopo di
questa commedia, non so cosa facciate a casa mia ma questa
storia deve finire
immediatamente. Sono stanco e non voglio continuare questa
farsa. Tornate a
carnevale, forse allora avrò voglia di ridere.-
Antonio Foddai si tolse
gli occhiali e si mise a pulirli con un fazzoletto, gesto questo che
per lui indicava la fine di ogni discorso.
Negli occhi della donna la
tristezza aveva spento i colori, i bambini erano fermi e rigidi come
marionette spezzate. Come se la cosa fosse abituale, in silenzio, la
donna prese per mani i figli, li portò nella loro cameretta e li
mise a letto. Questi cercarono di resistere ma la madre, con calma e
decisione, li convinse a coricarsi.
- Su fate i bravi. Stasera
papà si sente poco bene.-
Quando ritorno il marito
era ancora seduto in anticamera intento ad una meticolosa pulizia
degli occhiali.
- Ascoltami caro, tu hai
un brutto esaurimento e devi curarti. Guarda a che punto sei
arrivato. Domani mattina
ti accompagno dal dottore. Vedrai, un pò di riposo e
passerà tutto.-
Antonio Foddai sentì che
la sua pazienza era agli sgoccioli. Fra poco sarebbe scoppiato ma
cercò di stare calmo.
- Mi ascolti bene,
signora. Le ripeto ancora una volta: io non la conosco. Io sono
scapolo. Non sono
pazzo!-
Le ultime parole furono
pronunciate in tono acuto. Per qualche istante i due si guardarono
fissi negli occhi poi Antonio Foddai scoppiò in una risata.
- Ho una moglie. Ho pure
due figli. Che beffa! -
S'interruppe di colpo.
Inforcò gli occhiali e guardando la donna con rabbia cominciò a
tempestarla di domande sulla loro vita in comune. Parlò di ogni
fatto, di ogni episodio che aveva raccontato in anni di lavoro. Tutto
coincideva: la moglie, i figli che aveva inventato erano diventati
veri, erano vivi. La scossa fu troppo forte, la sua reazione esplose
in pianto e in riso. Antonio Foddai impazzì.
Continuava ancora a ridere
e a piangere quando due robusti infermieri lo presero per le braccia.
Il rumore aveva svegliato
tutto il palazzo e i vicini, in pigiama e in vestaglia, erano accorsi
riempiendo il pianerottolo.
Antonio Foddai aveva tanto
desiderato una famiglia per quella solitudine che aveva reso la sua
vita un peso insopportabile e questa famiglia ora esisteva veramente.
Figlia delle sue parole, era viva.
Se ne rese conto mentre
gli infermieri lo portavano via quando, guardando tra la piccola
folla muta scorse una donna alta e sconosciuta, dall'espressione tesa
e infelice e, aggrappati a lei, due bambini che piangevano.
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