Un poeta dimenticato:Giannetto Masala (R)
di Leo Spanu
Sorso è un paese che ha paura delle
propria memoria, tende spesso a dimenticare gli uomini, i fatti, le
storie. Forse è la nostra società ossessiva e opprimente che ci
spinge a correre sempre avanti. Forse non abbiamo tempo per fermarci
a riflettere, a ricordare. Come bambini, ci svegliamo ogni mattino
come se fosse il primo giorno. Il passato si spegne durante la notte
e noi ci presentiamo al mondo come vittime sacrificali di un Moloch
consumistico che frantuma e divora sogni e persone. Così la nostra
memoria diventa un prodotto di consumo, un articolo usa e getta.
Abbiamo una sola arma di difesa, la poesia con i suoi fragili e
indifesi soldati: i poeti, piccoli grandi uomini che riescono a
parlare di noi attraverso il tempo, fuori dagli schemi stabiliti,
oltre le cattive abitudini.
Se abbiamo voglia di ascoltarli.
Facevo queste riflessioni dopo aver
letto un libriccino trovato su una bancarella dell' usato:
Giannetto Masala a cura di
Michele Saba , edizioni IGIESSE, Milano 1954. Il libro è autografato
dall'autore ed è dedicato ad un amico che, evidentemente lo ha perso
(nel caso migliore) ed è la copia n. 45 di 250 esemplari numerati.
IGIESSE sta per ing. Giorgio Sisini, editore nativo di Sorso
( noto per essere l'inventore della
rivista La settimana enigmistica). La sardità dell'editore
attenua l'amarezza della stampa a Milano (con quasi quarant'anni di
ritardo) di un autore sardo, ma conferma il classico” nessuno è
profeta in patria.” Solo l'amicizia di quanti lo hanno conosciuto
e amato permette di recuperare la memoria di questo sensibile poeta.
Giannetto Masala nasce a Sorso il 6
giugno 1884, segue studi regolari e si laurea a Sassari in
giurisprudenza. Non si conosce molto della sua attività di avvocato,
anche perchè, fin da giovane, preferisce la letteratura. Pubblica
versi su varie riviste di Sassari, Cagliari e Roma, dove trascorre
anche un breve periodo. Nel 1912 si arruola e scrive varie
corrispondenze di guerra per il “Resto del Carlino” e la” Nuova
Sardegna”. Viene ferito in combattimento a San Marco di Gorizia,
dopo un'eroica resistenza. Per incoraggiare i suoi soldati aveva
detto, con l'ironia tipica del sorsense:
“ Io sono piccolo, le palle non mi
prendono.” Muore il 3 giugno 1917 all'età di 33 anni.
Clelia Garibaldi, figlia primogenita
dell'eroe dei due mondi, affronta un lungo viaggio in carrozza da
Caprera a Sorso per rendere omaggio alla madre del sottotenente
Giannetto Masala, amico e commilitone di Ricciotti Garibaldi.
Giannetto Masala potrebbe essere
definito l'uomo che voleva diventare poeta. E' vero che si nasce con
questo talento, ma dietro le parole scritte sui fogli bianchi c'è
sempre un lungo travaglio, una ricerca continua della forma e della
parola. Masala ne era ben consapevole, il fuoco accoglieva le prove
che non lo convincevano. Liberarsi delle influenze dei suoi maestri
di allora, Carducci, D'Annunzio, Salvatore Satta, per ritrovare una
voce personale era un lavoro necessario e indispensabile. Un lavoro
che avrebbe dato ottimi frutti se la morte non avesse interrotto
questo giovanile processo di crescita. Perchè Giannetto Masala era
poeta vero. I versi dei Sonetti materni così teneri e ricchi
d'amore per la sua terra natia ( da lui definita “l'eremo di Sorso”
da cui inviava le sue composizioni) sono un esempio di una
sensibilità poetica non comune pur con qualche ingenuità di
scrittura.
Il pesco
O i buoni frutti nel bel giugno
d'oro:/più dolce de le polpe è la tua bocca/che versò molto di
pietà tesoro./Strappa dal core mio le gemme morte,/versa gioia come
acqua de la brocca:/in quell'aurora io vincerò la Morte.
C'è un sorta di premonizione in questi
versi, da qui la fretta giovanile di essere subito poeta, di bruciare
i tempi nel trovare la giusta e compiuta veste alla sua ispirazione.
Per una bambina scrive Notte d'inverno. Dice la
dedica: a Carmen, a una bimba ricciuta e buona, perchè quando sarà
grande pensi ai bimbi che sui legnai della Sardegna muoiono di freddo
e di fame.
Piove sui casolari./Salgon dai
vicoletti/vivi per focolari/voci di fanciulletti:/-Chi vuol legne per
pane?
Chi dice che i
poeti hanno la testa tra le nuvole? I poeti vivono la vita degli
altri, sentono il dolore degli altri perchè sanno guardare dove i
nostri occhi non arrivano. I poeti sono bambini che non possono
morire.
Il bimbo morto
I fratellini giocano sull'aia./ Il
bimbo morto è stretto nella bara,/con la vestina candida di saia.
La faccia è come una mattina
chiara/ ma senza canti: la boccuccia dorme,la boccuccia che fu fontana rara/ di
gioia. Su le gronde streppian torme/di passere; la mamma piange; in
buone/si rinnovella primavera forme.Madri su bare di piccini prone,/
madri, che sognandovi, odorose/per salvia e mirto sparso nel
cassone,/le vestine, filate appena spose,/cingete ai morti, sacre per
la vita/data e tronca col nascer delle rose/ voi siete e per vostra
ferita./ Grande è pel corpo d'un fanciullo,
corta/ per l'anima d'un Dio, la bara uscita/dal casolare. I bimbi
sulla porta/obliati i giuochi, vedon la croce/e il fratellino entrar
fra gente morta./Mamma li chiama con dolente voce.
Far poesia è un
dono di pochi è vero, ma ognuno di noi, anche se non ha mai scritto
un solo verso, ha conosciuto e provato un momento di poesia:
un'emozione improvvisa, un amore felice, l'allegria di una risata, il
pianto per un grande dolore. I sentimenti sono la parte migliore
della nostra vita per questo dovremmo sempre onorare i poeti e
ricordarli, come Giannetto Masala, un piccolo poeta che poteva
diventare grande.
Bibliografia
Giannetto Masala.
A cura di Michele Saba IGIESSE Milano 1956
Sorso e i sorsensi.
A cura di Gaetano Madau Diaz Editrice Sarda Fossataro Cagliari 1972
Pubblicato su “
Il Corriere del Turritano” nr. 2 del 15 gennaio 2012
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