Musica

Il racconto del mese

Pubblicando il racconto “Passo del Gavia” mi ero impegnato ad un'unica eccezione alle regole del mio blog. Invece, al contrario, insisterò con le eccezioni visto l'entusiasmo dei miei ammiratori ( ho avuto ben due richieste: sono un scrittore di successo!) per cui dopo lunga e ponderata riflessione (30 secondi circa) ho deciso di mettere sul blog, uno ogni mese, i miei racconti giovanili tanto non credo che verranno mai pubblicati da nessun editore. Quindi per il mese di agosto cominciamo con una piccola storia dedicata ad un'altra mia passione. Buona lettura.


Musica (1980)

di Leo Spanu

A detta di tutti Giorgio Beltrami aveva una sola ed unica qualità: un talento incredibile per la musica. Una cosa assurda e incomprensibile per un essere che fisicamente era una vera offesa ad ogni legge estetica. Un volto asimmetrico e cadaverico dove due occhietti scuri vagavano per conto loro nel bianco delle pupille e un naso alla Cirano che sembrava sempre sul punto di precipitare per la spinta della gravità. Per non dire del corpo, probabilmente costruito con parti avanzate: poco più alto di un metro e mezzo, due gambette rachitiche sostenevano un busto da scaricatore dove un dio dispettoso aveva attaccato due braccia troppo lunghe.
Le mani invece erano belle con quelle dita lunghe e sottili che sembravano danzare sui tasti del pianoforte.
Anche il carattere non era di quelli che colpiscono per personalità. Anzi non esisteva persona più anonima di Giorgio Beltrami. Timido e imbranato, era cresciuto in un orfanotrofio che in genere non è il massimo per un bambino. I genitori l'avevano abbandonato appena nato: quel mostro non rispondeva alle loro esigenze. Così Giorgio viveva da solo, in un mondo solo suo, insensibile a tutto quanto gli girava intorno. Aveva un lavoro che gli dava da vivere e un piccolo appartamento dove si rifugiava a suonare. Dove avesse imparato poi era un mistero, molti dicevano che era un autodidatta. Forse, ma il suo tocco avrebbe provocato qualche malumore anche a Mozart. Perchè Giorgio era più di un semplice musicista, era un artista che faceva vivere la musica.
Orfeo era rinato in lui e comunicava con tutte le creature viventi. Le rapiva con le sue melodie e non c'era cuore ed orecchio che non potesse sentire. La musica ti entrava nel sangue e nelle cellule fino a raggiungere l'anima. Il mondo si apriva a spazi infiniti di luci e colori dove la vita è pace ed allegria, dove non esiste il dolore, il tempo è una canzone serena e gli uomini sono le voci di un coro, di una grande orchestra che parla con Dio.
Questo pensavano, più o meno, i vicini di casa che avevano il piacere e la fortuna di poter ascoltare tanta bellezza. Ma l'esistenza quotidiana di Giorgio aveva anche delle spine. Fin da bambino era stato vittima della stupidità degli uomini che non è poca.
La sua bruttezza, la sua incapacità di stabilire un rapporto anche solo formale con gli altri, ne avevano fatto la vittima preferita dei colleghi dell'ufficio, le uniche persone che per forza di cose era costretto a frequentare.
In effetti Giorgio si sentiva felice solo tra le pareti della sua casa davanti al suo pianoforte. Il mondo di fuori gli faceva paura.
Qualcuno dei vicini aveva cercato di farlo esibire in pubblico. Non era giusto che tanto talento non fosse messo a disposizione di tutti. Alla fine Giorgio si era convinto.
Davanti a tanta gente che lo fissava Giorgio entrò nel panico totale. Le sue mani erano blocchi di marmo e si rifiutarono di suonare. Occhi crudeli lo scrutavano in silenzio dal buio della sala, gli sembravano belve in attese di aggredirlo. Passarono minuti lunghi come un'agonia nel silenzio più assoluto. Sarebbe bastato un sorriso, un applauso d'incoraggiamento ma quel mostro deforme dallo sguardo spaventato, seduto davanti ad un pianoforte muto, non invitava alla benevolenza. Si levarono i primi fischi, poi le voci e infine le urla sempre più forti, sempre più feroci. Orfeo non uscì dall'Ade e il mondo rimase immerso nel buio.
Così Giorgio continuò a suonare per il pubblico che abitava nel raggio di cento metri da casa sua. Un vero peccato: un dono divino sprecato in una persona da niente. Nessuno si occupò più di lui e la vita riprese tra gli scherzi dei colleghi e il tempo che corre e non ti porta da nessuna parte.
Poi un giorno successe qualcosa. Due volte la settimana Giorgio si fermava in ufficio per svolgere del lavoro straordinario, un modo per guadagnare qualche soldo in più.
D'estate , quando il lavoro era poco, Giorgio s'imboscava nell'archivio per farsi un pisolino. Non che i colleghi si ammazzassero di lavoro, si facevano i fatti loro, solo che erano più furbi di lui e impiegavano meglio le ore lavorative.
Giorgio preferiva nascondersi dietro i grandi scaffali, sistemava qualche pila di documenti a mò di letto e aspettava che venisse l'ora d'uscita.
Quel pomeriggio d'agosto c'era un caldo da sciogliere anche i pensieri. I colleghi decisero l'ennesimo scherzo. Aspettarono che si fosse addormentato, entrarono nell'archivio e, dopo avergli legato i lacci delle scarpe insieme e dopo aver sistemato una bacinella di acqua sporca sul bordo della porta socchiusa, si misero a urlare a tutta voce:- Al fuoco! Al fuoco.-
Giorgio si svegliò di soprassalto e ancora intontito dal sonno si lanciò verso l'uscita.
L'effetto fu veramente comico. Mancandogli l'equilibrio, Giorgio prese letteralmente il volo precipitando sopra un armadio che gli rovinò addosso. La porta si aprì di colpo e un mare d'acqua investì Giorgio, scaffali e pratiche.
Vennero tutti, anche dagli altri uffici a ridere di quel nanerottolo che si agitava tra le carte bagnate come una balena impazzita.
Finalmente Giorgio si rialzò, cercò di sistemarsi in qualche maniera e a testa bassa e in silenzio uscì dall'archivio. Rientrò nel suo ufficio, prese qualcosa dai cassetti della sua scrivania e se ne andò anche se era ancora orario di lavoro.
Rientrò a casa che la testa gli faceva male come gli accadeva spesso. Allo specchio vide una sottile linea di sangue che dall'attaccatura dei capelli scivolava lentamente sulla guancia destra. La camicia e i pantaloni erano fradici e sporchi. Per la prima volta in vita sua Giorgio pensò che la vita era un vero schifo. Il qualcosa preso dalla scrivania era una scatola di tranquillanti, li usava ogni tanto per combattere le sue emicranie. C'erano ancora una dozzina di pastiglie, riempì un bicchiere d'acqua e le mandò giù tutte, una alla volta. Poi si sedette al pianoforte e cominciò a suonare.
Sempre lo stesso pezzo, ripetuto fino all'ossessione: la sonata “ Al chiaro di luna“ di Beethoven.
Dolcissima e struggente la musica si diffuse nella stanza, uscì dalla finestre e si sparse nell'aria. I vicini ed anche i passanti si fermarono incantati ad ascoltare. Nel raggio di cento metri il mondo si fermò rapito da quei suoni che venivano dal cielo poi la notte finì ed anche la musica cessò.
Giorgio Beltrami morì tra le dieci e le undici di notte, un infarto provocato da tutti quei tranquillanti, almeno così disse l'autopsia. Una fesseria, commentarono i vicini. La loro lunga notte insonne era la prova del contrario. A meno che ... e qui la fantasia cominciò a volare. Le leggende e i miti nascono spesso così: ignoranza e superstizione.
L'abitazione ormai è sfitta da anni. I proprietari hanno provato ad affittarla varie volte ma tutti gli inquilini sono fuggiti dopo pochi giorni. Dicevano che la notte non si poteva dormire. Provate a riposare con qualcuno che per tutta la notte vi suona Beethoven al pianoforte. La musica sarà anche bella ma c'è un limite alla sopportazione.
Così Giorgio Beltrami è ancora lì ma nessuno ha più voglia di ascoltarlo.

















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