Simona Goxhoi (R)

di Leo Spanu

Parlare di Simona non è facile. Come capita con tutte le donne giovani e di talento, è come inoltrarsi in un territorio così vasto ed inesplorato che, qualunque sia il punto di partenza, rischi di perderti come un esploratore senza bussola. Intanto l’ultima sua opera mi sta guardando con un sorriso sornione, come a dirmi “prova a prendermi se ci riesci”.
Ed io,  con i miei tradizionali strumenti critici, mi ritrovo a ballare con uno scheletro allegro invece di raccontare una storia. Eppure il tema è un classico, non solo nella pittura. Tra i tanti artisti che si sono cimentati con la morte citerò Pieter Bruegel il Vecchio. La sua opera  Il trionfo della morte (1562-63) è una ballata tragica dove gli scheletri hanno compiti stravaganti. Uno, in maglia metallica, taglia la gola ad un pellegrino, un altro sorregge un cardinale (forse per accompagnarlo all’inferno a causa dei suoi peccati mai confessati) e, mentre i vivi sopravvissuti combattono contro schiere di morti, uno scheletro suona una campana. Per chi suona non è dato a sapere.
Lo scheletro di Simona invece balla con una bambina (alquanto perplessa) al suono di ossa tintinnanti. Non conosco i riferimenti culturali di Simona ma, data la sua vorace curiosità intellettuale, immagino che anche Dylan Dog (che cita il quadro di Bruegel in un fumetto d’autore  La legione degli scheletri facendone un elemento narrativo) sia tra le sue letture. Mi sembra di cogliere una vena di ironia beffarda al limite dell’umorismo nero, elemento  comune tra Tiziano Sclavi e Simona Goxhoi. Del resto anche l’opera fotografica Melanconia (2011 collezione privata) sembra anticipare lo sviluppo creativo della giovane artista e pure  Memento mori dove una  modella posa in una versione moderna di Ofelia e, con sguardo intenso e teschio in mano, ruba la scena e il monologo (essere o non essere) ad Amleto.
Molti autori, anche contemporanei, raccontano e recuperano la storia dell’uomo attraverso immagini “radiografiche”. Come in architettura a Roma dove, nel cimitero dei Cappuccini presso la chiesa di Santa Maria della Concezione, è un trionfo di scheletri che compongono pareti, nicchie, ghirlande e decorazioni. Il tutto completato da scheletri vestiti con il saio.
Arte macabra che, nella forma più diffusa di “danza macabra”, nasce nel tardo medioevo, periodo di grandi pestilenze (la più famosa quella del 1308 che infierì in tutta Europa) per esprimere (inizialmente) un senso di pietà per la sorte dell’uomo. Poi autori come Hans Holbein (1470-1524) hanno dato una rappresentazione più ironica, pur mantenendo un senso tragico, fino a quando autori successivi come Paolo Vincenzo Bonomini (1757-1859) nel suo ciclo Scene di scheletri viventi, sei pannelli dipinti per una chiesa del bergamasco, dà un’immagine satirica e comica della vita quotidiana del tempo. Per la cronaca, le opere furono accolte con molta ilarità dagli abitanti del paese che si riconobbero negli scheletri. La chiesa non apprezzò al contrario la scarsa sacralità dei dipinti che per qualche tempo furono messi al bando. Anche il giovane James Ensor (1860-1949) con le sue immagini di maschere e scheletri (1888) provocò un grande scandalo nella società parigina dell’epoca. Le prime nascondono una realtà stupida e crudele, i secondi mostrano la vanità e l’assurdità del mondo.
Ma Simona non è solo scheletri in libera uscita anche se il gusto della provocazione sembra una costante, come nell’opera  Metamorphosis dove l’uovo ricorda l’orologio molle di Salvator Dalì. Simona è anche favole illustrate per bambini; i suoi pastelli delicati scoprono una vena poetica da raccontare sottovoce. E’ citazione originale e intelligente dei suoi autori preferiti come in Amor vincit omia, un trittico a china, dove si ricordano le donne impossibili di Gustav Klimt. E’ progettazione grafica, immagini che aggiungono una nota personale e artistica a messaggi pubblicitari che altrimenti sarebbero uguali a tanti altri. E’ fotografia dove la macchina è solo uno strumento diverso per scrutare e capire (se possibile) la realtà. Facce diverse di una personalità poliedrica che si esprime in mille modi: ceramiche, impaginazione testi, studio loghi e, in una società che compra e vende tutto, con ogni forma possibile di comunicazione.
Alle spalle c’è una grande professionalità e un’attività frenetica: Diploma di perito informatico (2000), Accademia di Belle Arti di Sassari (2009) nel corso di Nuove Tecnologie dell’Arte, corsi di specializzazione di grafica con programmi sia dell’immagine statica che dinamica, delegata di zona dell’Unione Italiani Fotoamatori, oltre che docente di grafica pubblicitaria (2009 e 2012).
E qui torniamo alle mie difficoltà iniziali: quale Simona raccontare? La vitalità e il dinamismo di una giovane donna in cerca di un’identità compiuta (e anche di un lavoro gratificante, diritto che è qualcosa di più di un semplice fatto economico) o la sensibilità dell’artista che, ferita da un mondo assurdo, si maschera e gioca con forme e colori?
Forse è meglio lasciar parlare le immagini.

Simona Goxhoi vive e lavora a Sennori.
Le sue opere sono state esposte a Sassari, Libreria Petali di Carta 2013, a Sorso, Palazzo Baronale 2012, nella città di San Vincenzo (Livorno) 2011. E’ autrice anche di varie pubblicazioni.


Pubblicato sul Corriere Turritano nr. 9 del 12 luglio 2012

amor vincit omnia

amor fittizio

memento mori

metamorphosis

melanconia

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