Scusate il ritardo

Scusate il ritardo
di Leo Spanu

Ho un grosso vizio che, purtroppo, mi porto dietro da tutta la vita: sono una persona puntuale. Anzi, per un’innata forma di masochismo, arrivo ad ogni tipo di appuntamento cinque minuti prima. Ed io non amo aspettare ed evito il più possibile le file ma, quando non posso farne a meno, per passare il tempo, recito (mentalmente) tutte le “parolacce” che conosco.  Per quanto abbia un vocabolario ricco e fornito di espressioni offensive con relativi sinonimi e varianti, mi avanza sempre del tempo, troppo tempo. Allora sogno (ad occhi aperti) ogni forma di vendetta possibile magari contro la signora grassa davanti a me con la borsa della spesa, dove una confezione di bastoncini Findus suda e gocciola sul pavimento. La signora non ha niente da fare ma ha visto la fila e s’è messa anche lei in colonna per vedere cosa fanno gli altri.
Le poste italiane ( ed anche altri uffici pubblici) sono piene di mostri simili. Tu sei lì perché devi ritirare una raccomandata con la quale l’Agenzia delle Entrate ti minaccia tutte le piaghe d’Egitto se non paghi, con la maggiorazione del 500% per mora e interessi, un bollo auto che hai già pagato, e ti devi pure sopportare personaggi e storie che sembrano inventati da scrittori di romanzi horror. La pensionata che racconta tutte le sue malattie, anche quelle ancora da scoprire; a fianco l’invalido civile che spiega nei minimi particolari tutte le operazioni subite compresa quella alla prostata. E poi il solito furbo che vuole passare avanti perché la moglie è in macchina e sta per partorire. L’unica persona normale è un bambino di quattro anni che tira la gonna alla mamma impegnata in una accanita e profonda discussione sul niente con l’amica “appassionata” di Facebook“.
-Mamma devo fare la pipì! - Resisti figlio mio, resisti.-
Le poste di Sorso sono famose anche per la qualità dei servizi. Infatti molti utenti fuggono a Sennori, Castelsardo, Porto Torres per sbrigare le loro pratiche. Andare all’ufficio postale di Sorso è  una condanna. Peggio,  una maledizione come quando, anni fa, i sassaresi  auguravano, come male terribile e inguaribile, di ”diventare sindaco di Sorso”. Un mio amico che aveva bisogno urgente di un francobollo ( che i tabacchini non vendono più perché non ci si guadagna niente) s’era messo in fila dal sabato notte, armato di pazienza e settimana enigmistica, con la convinzione che il lunedì sarebbe stato il primo della fila. E’ arrivato solo quinto ma in compenso è diventato un grande esperto di cruciverba.
Cosa c’entra tutto questo col titolo. C’entra eccome perché è in questi ambienti malsani, di gente incolonnata e incarognita, che aspetta spesso senza ragione e senza speranza di salvezza, che scatta lo spirito di rivincita e di vendetta. Il dentista mi ha fatto attendere un’ora in più nello studio malgrado l’appuntamento ( anche l’attesa, dal dentista, è dolore. E paghi pure!) ed io scarico su un altro, possibilmente innocente, le mie frustrazioni, il mio stress. Si comincia così per dispetto poi diventa una consuetudine, una regola, uno status symbol (più sei importante e più fai aspettare gli altri). Si passa da vittime a carnefici poi si diventa tutte e due le cose insieme. Il classico quarto d’ora accademico ( che una volta, all’università, aveva un significato di cortesia per qualche imprevisto non ipotizzabile)  è diventato mezz’ora, un’ora di ritardo senza che nessuno ne capisca più le ragioni. Assemblee, convegni, riunioni, consigli comunali, provinciali, regionali, ( del Parlamento non so niente) pure la festa dei cinquantenni, il raduno dei bersaglieri , la processione del santo protettore, la pizza con gli amici il sabato sera, tutto è regolato dalla ferrea regola del ritardo ammesso e concesso. Negli inviti ufficiali per manifestazioni importanti e di un certo livello è scritto: E’ gradito l’abito scuro e un ritardo “contenuto”. Anche la messa della domenica non è più puntuale come prima, si tratterà probabilmente del quarto d’ora “ecumenico”. A Sorso poi si riesce a far ritardare anche uno spettacolo teatrale. Lo spettacolo inizia alle ore 21, 30 recita la locandina. Magari! Alle 21,45 arriva un signore con pancia penzoloni su pantaloncini stile coloniale da dove escono due gambette secche come grissini, camicia floreale, sorriso disegnato sui denti e telefonino con auricolare trapiantato in un orecchio grande quanto una parabola televisiva.
Allegata moglie dalle forme abbondanti, con capelli giallo-grigio cenere e abito leggero e svolazzante dove si intravedono reggiseno nero taglia XXXL e mutandine (sempre nere) con le chiappe in libera uscita. Lo spettacolo può cominciare. Anche il concerto di musica classica (venti spettatori compreso l’assessore alla cultura del comune organizzatore e la nonna del violinista locale) subisce l’oltraggio del ritardatario di turno. Un borbottio come scusa poi, dopo avermi pestato il piede sinistro, quello con l’unghia incarnita, cade pesantemente e visibilmente affaticato sulla sedia. Vuoi vedere che ha pure corso per essere puntuale nel ritardo?
Una volta ho chiesto ad un amico ritardatario cronico, patologico  e ideologico ( sono sicuro  che arriverà in ritardo anche al suo funerale) il perché di questo suo comportamento. Mi ha detto che odia aspettare. Sono un uomo pacifico e decisamente contrario alla pena di morte ma quella risposta detta in tutta innocenza mi ha fatto venire dei cattivi pensieri.
Ormai è tardi per cambiare abitudini, continuerò a sopportare la maleducazione, la mancanza di rispetto e la stupidità con rassegnazione e pazienza. Non posso certo cambiare il mondo ma una cosa posso cercare di fare, rinviare il più possibile il mio ultimo e definitivo appuntamento. Così anch’io, potrò dire almeno una volta: Scusate il ritardo.


Pubblicato sul nr. 14 del 9/11/2013

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