nudo di donna

Nudo di donna: Rosa Sechi Colacino in arte Secol
di Leo Spanu

C’è una caratteristica particolare nella produzione di Rosa Sechi Colacino, molte delle sue opere rappresentano il nudo femminile, soggetto, in genere, più tipico delle tematiche “maschili”. Non sono molte, infatti, le artiste che hanno dedicato tanta attenzione a questo soggetto classico della pittura. Durante il Rinascimento, periodo storico non certo favorevole alla pittura al femminile, i pochi quadri di nudo sono strettamente legati al racconto del mondo della mitologia greca o a personaggi biblici. Anche gli uomini utilizzavano lo stesso artificio, sia per raccontare in qualche maniera la sessualità, sia per soddisfare le esigenze dei ricchi committenti in cerca di emozioni “più forti”. Esce dal seminato  invece Artemisia Gentileschi (1593-1653). Nei suoi nudi c’è una componente erotica inusuale per  quei tempi. Nell’Allegoria dell’Inclinazione (1615. Firenze, Casa Buonarroti) dipinge se stessa completamente nuda (la Gentileschi era anche una bella donna) provocando scandalo all’epoca al punto che, pochi decenni dopo, il quadro venne “rivestito” di drappeggi moralistici per coprirne la esuberante nudità.
Altre artiste, in epoche successive, hanno utilizzato il nudo per raccontare le loro storie. Spesso storie di violenze subite, sempre di emarginazione. L’arte come forma di protesta e di denuncia per la feroce discriminazione che le donne hanno subito nel corso dei secoli. Lo spazio a disposizione ci permette solo poche citazioni. La tedesca Paula Modersohn-Becher (1876-1907) avrà molte opere bruciate dai nazisti perché espressione di “arte degenerata”.  Un suo autoritratto, completamente nudo,  con un pancione che la fa sembrare incinta, racconta molte cose della condizione femminile di quel periodo. Su un piano completamente diverso Tamara de Lempicka (1898-1980). I suoi nudi femminili aprono una nuova strada. Dopo i classici., con i nudi storici e mitologici che non danno scandalo e possono essere esposti in qualsiasi salotto, dopo Gustave Courbet (1819-77) e Edouard Manet (1832-83) che rappresentano invece cortigiane e giovani popolane che mostrano la loro intimità con spudorata innocenza, appare Tamara con la sua sessualità ambigua, decadente nelle sue immagini patinate, venata spesso di omosessualità ( la Lempicka era bisessuale dichiarata) con ritratti quasi neoclassici, dipinti” giusto per soddisfare le proprie pulsioni erotiche ma anche i sogni libidinosi dei borghesi, i suo danarosi clienti” (1). Quadri per fare soldi. Un palcoscenico sfavillante quello di Tamara de Lempicka, una vita ricca di successi, fama, lusso ed eccessi, poi una vecchiaia amara, abbandonata e dimenticata da tutti. Completamente opposto il mondo di Rosa Sechi Colacino,  un mondo riservato e schivo, dedicato alla ricerca artistica. Marco Antonio Aimo scrive nel 1973 sulla Nuova Sardegna una recensione all’interno di un articolo intitolato “Il nudo nella pittura” (  più che la vera e propria anatomia della forma nella sua corposità plastica, RSC ricerca l’interiorità dei suoi personaggi dal viso pensoso). Ma già nel 1968 era apparso nella rivista Frontiera uno scritto di Gaetano Madau Diez sull’artista sorsense. Da citare anche un articolo sulla rivista Le Arti (Milano maggio 1972). Una giusta attenzione per una pittrice che ha preferito una vita nell’ombra come dovrebbe essere logico e giusto per un vero artista che deve parlare solo con le proprie opere. Tocca alla sensibilità dello spettatore saperne cogliere il messaggio. Altri tempi. Oggi, col culto esasperato della personalità, l’esibizionismo più sfacciato, il dover apparire sempre e ad ogni costo, si finisce col sapere tutto del privato, dalla misura delle scarpe al contenuto delle mutande. Si dibatte e si discute appassionatamente sul niente. 
I nudi di Secol sono nudi tristi. Corpi sfioriti, privi di bellezza come se gli anni avessero cancellato insieme alla gioventù anche la femminilità. Volti severi e sguardi senza allegria. Un senso di decadenza fisica che sembra suggerire qualcosa di più intimo che, per pudore, non può essere rivelato. La nudità dell’anima è dolore che non può essere raccontato, è sofferenza che deve essere velata dal corpo come un vestito smesso perché vecchio e fuori moda. Le parole che non sappiamo più dire, i silenzi che fanno paura, la vita che abbiamo perduto inseguendo un’illusione. Il nostro corpo cambia contro la nostra volontà. Ci guardiamo allo specchio e non ci vediamo più, non ci riconosciamo più. Non siamo più noi. I nudi di Secol con quei muscoli che cedono alle offese del tempo, con quelle rotondità fuori posto, con quell’espressione anonima che nasconde l’indifferenza o il rancore sembrano bambole spogliate e abbandonate. L’uomo comune si mette una maschera per stare in mezzo agli altri e sopravvivere. L’artista sceglie invece di spogliarsi, per raccontarci come siamo veramente dietro le apparenze. Lo fa con discrezione, ultima sentinella della nostra coscienza corrotta da una società ipocrita e violenta. Per una donna è sempre difficile, non solo emergere in un mondo virato al maschile, ma mantenere la libertà di esistere senza dover pagare continuamente pegno. Allora si spoglia, in teatro, al cinema, in televisione. Corpi in vendita al miglior offerente. Schiave, magari di lusso e baciate dal successo ma distanti sempre un metro dalla conquista di quella dignità e quel rispetto che ogni essere umano dovrebbe avere. I nudi di Rosa Sechi Colacino ci parlano di altre donne, non belle, lontane dalle luci della ribalta, forse ignorate o dimenticate dai loro uomini. Nudi di donne privi di attrazione, di sensualità. Donne che non accendono più nessun  desiderio, nessuna passione. Mogli o compagne, mai più amanti.
Donne che, noi uomini, abbiamo sognato per un giorno, amato per un’ora e poi abbiamo lasciato sfiorire. Per stupidità, per ignoranza o più semplicemente perché abbiamo cuore, cervello e sesso tutti insieme nella pancia. E la pancia produce solo rumori sordi. 


NOTE
1) Gilles Neret. Lempicka. Gruppo Editoriale L’Espresso. 2000
Una ampia raccolta di opere di Rosa Sechi Colacino è esposta a Sorso presso il Palazzo Baronale.
BIOGRAFIA
Rosa Sechi Colacino (Sorso 1908-Sassari ? ). Ha vissuto a Venezia, Padova e Sassari. Ha frequentato l’Accademia di Venezia e l’Internationale Sommerakademie di Salisburgo. Ha partecipato a 24 mostre internazionali (Milano, Nizza, Madrid, Atene, Roma) e a 30 mostre nazionali (Sassari, Bolzano, Verona, Trieste, Brescia, Benevento). Mostre personali: 1969 Varese, 1970 Roma, Milano, 1971 Brescia, Benevento.










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