passeggiando

Passeggiando per i vicoli di Sorso
di Leo Spanu

E’ difficile liberarsi dalle abitudini. E’ più facile abbandonarsi alla calda sicurezza del conformismo o, per usare una metafora che va di moda oggi, dell’usato sicuro. Amori, amicizie, rapporti personali sistemati dentro una scatola di cartone dove i pensieri ammuffiscono come vecchie cartoline. Abbiamo smesso di sognare in grande. Tutto è in formato usa e getta: speranze, desideri, futuro. Quando a noi bambini di una volta chiedevano “cosa vuoi fare da grande?” le risposte andavano dall’esploratore all’aviatore, dal medico all’ingegnere. Oggi il massimo dell’aspirazione è diventare usciere all’ASL.  Sandokan è stato gettato nel dimenticatoio e Fantozzi è diventato l’eroe dei nostri tempi.
Non sappiamo più guardare con altri occhi. Che significa? Semplicemente che guardare e vedere non sono la stessa cosa. Ci vuole cuore e cervello per andare oltre la superficie, per scavare dentro le apparenze, per capire che quello che gli occhi ci trasmettono è solo un messaggio che va interpretato e trasformato in emozioni, pensieri, sentimenti. Ci vuole fantasia e amore per la vita.
Allora passeggiare per gli antichi vicoli del centro storico (d’impianto medievale) diventa un’esperienza nuova, la scoperta del diverso a pochi passi da casa. Un mondo che non conosci più, fatto di angoli dimenticati dal sole con un gatto annoiato che ti guarda di traverso perché stai disturbando la sua quiete. Più avanti panni stesi, bandiere colorate che si muovono appena  sotto la stanca spinta di un vento che ha perso la sua forza contro  un labirinto di muri e pareti. Case troppo vicine, addossate l’una all’altra quasi a farsi coraggio. Finestre come porte su micro universi. Qualche vaso di gerani, rumori e profumi della vita di tutti giorni. Una cuoca casalinga deve aver sbagliato il soffritto: troppa cipolla. Mi prude il naso e parte un raffica di sternuti. Un’anziana signora mi grida “Salute!” mentre continua a discutere con la comare della pensione troppo bassa e di una certa S. che ha lasciato marito e figli ed è fuggita con M. Storie comuni, storie di sempre. Arriva una macchina e sembra restringersi per entrare in un budello di strada. L’autista sbuffa e borbotta e infine riesce a parcheggiare in uno spazio grande quanto un fazzoletto. Segue l’abituale maledizione al governo sempre ladro e al sindaco che non fa mai niente. Nessun dubbio che quelle strade non sono state concepite per le automobili. La nostra pigrizia mentale è tale che, se fosse possibile,  andremmo in macchina anche in gabinetto. Più avanti, sulla soglia di una porta socchiusa, una cassetta in plastica con qualche carciofo e altri prodotti della campagna. Una volta era prassi comune la vendita diretta sull’uscio di casa (oggi si chiama vendita a chilometri zero. Anche il linguaggio banalizza e uccide antiche usanze) magari con qualche stravagante primizia del tipo “banane di produzione locale”. I  nomi delle strade sono insoliti ma sono quelli di ieri: Jennos, Oruspe, Jelithon, Amsicora, Misor, Sernesto, Mogena, Baronale, Bicocca, Tibula, Mamma Monza, Corte Alessandria, Cantone Nieddu, Li Conchi, Capocorso, Giuncheddu, Maiori, Fontana, Salamagna. La storia d’Italia qui non è mai passata coi suoi santi ed i suoi eroi. Qui c’è ancora profumo e memorie di Sardegna anche se lasciate ai margini. Ma il tempo corre avanti inesorabilmente e porta sempre novità. Non sempre piacevoli. C’è paura del vicino di casa e del passante. Troppe porte chiuse e le nuove finestre hanno le inferriate. Dietro, piante e fiori come prigionieri affacciati che sognano un’impossibile libertà. Solo per strada, negli angoli o nel piazzale di vicolo Mamma Monza, vasi di felci, di ficus, di kenzie, di anthurium, di piante grasse. Macchie di verde che cercano di nascondere i contenitori colorati della spazzatura: giallo la carta, verde il vetro, marrone l’umido, grigio l’indifferenziata. La tavolozza di colori del consumismo, la scia di una nave che scarica in mare rifiuti e inquinamento. C’è  nel cielo una minaccia di pioggia, le nuvole fuggono via mentre un timido sole si spegne nell’ombra dei vicoli. Un’enorme pianta di limoni, carica di frutti, si affaccia dall’alto di un muro e spinge i rami appesantiti verso la via. Se allungo la mano, magari facendo un salto, posso coglierne qualcuno. Non c’è nessuno in giro e la tentazione è forte. Ma sono troppo vecchio per ritornare bambino. Scatto alcune fotografie e continuo a girare per le strade alla ricerca di un tempo che ho perduto e che non so ritrovare. I condizionatori crescono come funghi maligni sui muri delle case. Escrescenze oscene, sogni di plastica  che ci regalano un’illusione di benessere e non ci danno nessuna gioia. Eppure il “genius loci” è sempre presente nei ricordi e nelle storie di un paese che non ha ancora perduto l’anima. Bisogna solo cercarlo. Con altri occhi.


Pubblicato nel Corriere Turritano nr.6 del 30 aprile 2013






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